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Brevi cenni storici sul territorio

Il Sulcis, che oggi individua il tratto sud occidentale della Sardegna, deve il suo nome all'antica città di Sulci, nell'isola di Sant'Antioco. All'inizio del paleozoico la zolla della terra del Sulcis fu la prima, fra tutte le terre che si affacciano nel Mediterraneo, ad emergere diventando un territorio ricco di giacimenti metalliferi. Il Sulcis è uno delle zone della Sardegna più ricche di testimonianze monumentali e culturali.

I primi documenti riguardanti la presenza umana risalgono al sesto millennio A.C.. Dall'età neolitica abbiamo numerose testimonianze nelle necropoli scavate nella roccia dette anche "Domus de Janas", identificate sia nella zona di “Is Loccis Santus”, presso San Giovanni Suergiu, “Montessu” a Villaperuccio.

Dal secondo millennio A.C., all'arrivo di una misteriosa popolazione proveniente dall'oriente si sviluppò la cultura dei nuraghi. Questi monumenti, costituiti da torri troncoconiche di dimensioni gigantesche e di complessa architettura, venivano costruiti completamente in blocchi di pietra e rappresentano una caratteristica unica della Sardegna. Il popolamento del Sulcis è legato allo sfruttamento dei numerosi giacimenti minerari che fin dall'antichità hanno reso questa zona della Sardegna assai desiderabile. La popolazione nuragica esercitava un'attività estrattiva collegata ad una straordinaria produzione di bronzi e di armi di forge diverse. Dopo i nuragici, molti altri popoli passarono su queste terre nella veste di dominatori. Le colonie fenicio-puniche divennero importanti centri di sfruttamento minerario incentivando la lavorazione ed il commercio dei metalli isolani. Alla dominazione fenicio-punica dobbiamo la città di Sulci (Sant'Antioco) e monte Sirai (Carbonia), le quali subirono, in seguito, anche la dominazione romana, di cui troviamo le tracce nelle rovine di acquedotti, anfiteatri, templi.

Il dominio romano in Sardegna ebbe inizio nel 1238 a. C. e durò 700 anni. In questo periodo Villamassargia ha avuto un ruolo importante grazie alla sua posizione e alla strada che da Karales (Cagliari) conduceva a Sulci (Sant' Antioco). Ci sono tracce di fonderie romane, le quali testimoniano che l'estrazione mineraria ha contributo ad allargare gli scambi, la cultura e il commercio degli abitanti di Villamassargia, anche se assoggettati a Roma. Il nome di Villamassargia è chiaramente di origine romana, deriva dal latino “Villa Massaria” per indicare l'abitato e i terreni circostanti. “Villa” indicava il centro abitato, “Massaria” deriva da "mansus" che significa "manzo", ad indicare il terreno che una coppia di buoi arava in un giorno. Il paese aveva acquistato importanza perché i suoi fertili terreni producevano molto grano e cereali che poi venivano spediti a Roma. Fino a non molto tempo fa erano ancora visibili le tracce delle antiche mura romane che circondavano il paese.

I romani costruirono molte strade per collegare anche i centri interni così che tutta la Sardegna fu romanizzata. L'Impero Romano d'Oriente, dopo la sua caduta (V-IX secolo d. C), non si preoccupò delle sorti dell'isola neanche quando dovette difendersi dagli arabi.

La Sardegna, perciò, si organizzo militarmente e, dopo tanti secoli di dominio straniero, ebbe il governo formato esclusivamente dai sardi.

Il territorio fu così diviso in Giudicati ( IX-X secolo d.C. ): il Giudicato di Cagliari con capitale Cagliari; il giudicato di Logudoro o Torres con capitale Porto Torres e poi Sassari; il giudicato di Gallura con capitale Tempio e poi Terranova (attuale Olbia ). Durante il periodo del governo giudicale la Sardegna ebbe una forte ripresa soprattutto grazie alle Repubbliche Marinare di Pisa e Genova e all'intervento della Chiesa.

Pisa e Genova aiutarono notevolmente La Sardegna nella lotta contro gli arabi e ottennero dai giudicati adeguate ricompense: concessioni di terreni e il controllo sulla vita politica ed economica dell'isola. I giudicati finirono così col perdere l'indipendenza: il primo fu il giudicato di Cagliari occupato da Pisa nel 1528, la stessa sorte spettò qualche anno più tardi ai giudicati di Logudoro, diviso in feudi a famiglie liguri e di Gallura occupata anch'esso da Pisa.

Solo il giudicato di Arborea manteneva l'autonomia opponendo una grande resistenza agli Aragonesi grazie soprattutto ai giudicati Mariano IV e alla figlia Eleonora.

Alla dominazione aragonese e poi spagnola si devono le costruzioni di torri di avvistamento a Calasetta e a Portoscuso.

Gli storici pensano che i primi abitanti di Villamassargia fossero piccoli gruppi di allevatori e cacciatori che praticavano le prime forme di agricoltura. Intorno all'anno mille conobbe il suo massimo splendore quando rappresentava il centro agricolo più importante del Sulcis. Fu dotata di una cinta muraria e sulla cima di un colle vulcanico fu eretto il castello di Gioiosaguardia a protezione della zona. Nel 1289 il paese con tutto il suo patrimonio passo in mano ai Pisani. Nel 1300 rappresentava il centro più popoloso del Sulcis con numerosi paesi sotto la sua giurisdizione. Fino al 1324 fece parte del giudicato di Cagliari. Nel 1325 il borgo ed il suo castello furono conquistati dai Catalano Aragonesi. Nel 1392 Eleonora d'Aroborea promulgò la " Carta de Logu ", una raccolta di leggi in lingua sarda, il regolamento di Villa di Chiesa (sull'attività mineraria) e il Codice Agrario di Mariano d'Arborea (sull'attività agricola). La Carta de Logu fu estesa a tutta l'isola dagli stessi aragonesi e restò in vigore fino all'emanazione del Codice di Carlo Felice di Savoia (1827). Dopo la divisione in quattro Giudicati, Villamassargia venne compresa nel giudicato di Cagliari nei primi anni dopo il mille. Il territorio dei giudicati era diviso in curatorie o portes (provincia); ogni curatoria comprendeva un certo numero di Ville (paesi) ed era amministrata da un curator (governatore) nominato dal giudice. Villamassargia fu, per un certo periodo, la capitale della curatoria del Sigerro (Cixerri) al posto di Iglesias. In quel tempo furono costruite numerose fortezze nell'interno dell'isola e nelle coste, per fronteggiare i pirati saraceni. Il centro più importante, in questo periodo era Astia con circa 340 abitanti che avevano come parrocchia la chiesa di San Giorgio, oggi diroccata, oltre sette frazioni dipendevano da Astia.

Verso il 1300 la piana di Villamassargia poteva contare circa 700 abitanti. L'importanza di Villamassargia fu intaccata dalla realizzazione del castello di "Gioiosaguardia", una fortezza realizzata in un punto strategico per la difesa del territorio. I Papi invitarono a difendere la Sardegna sia i Pisani che i Genovesi, i quali intervennero cercando di ottenere entrambi la supremazia sull'isola. A partire dal 1190 Pisa aveva sotto il suo controllo i Giudicati di Cagliari, Arborea e di Gallura; Genova controllava il Giudicato di Torres. Dopo la battaglia di Santa Igia contro i genovesi, il Giudicato di Cagliari fu diviso in tre parti. Una di queste fu assegnata alla famiglia pisana dei Conti Donoratico della Gherardesca che diventarono padroni di tutto il Sulcis Iglesiente. L'intera curatoria era così stata affidata al conte Ugolino dei Donoratico. Il conte Ugolino fu condannato a morte dal governo di Pisa, poiché nel 1282, con il fratello Lotto marciò con l'esercito contro i pisani, rimanendo però sconfitto; il Guelfo fu catturato dai pisani che lo liberarono in cambio di Villamassargia, Domusnovas e Siliqua. Villamassargia fu assegnata alla famiglia dei Donoratico e fu proprio uno di questi che fece costruire la chiesa di San Ranieri, dedicata poi dagli spagnoli alla Madonna del Pilar, Villamassargia resterà sotto il dominio di Pisa fino a quando l'infante di Spagna Alfonso d'Aragona, sbarcò in Sardegna il 23 Giugno 1323 marciando alla conquista di Iglesias e Villamassargia. Qui Alfonso trovando una fiera resistenza non poté fare altro che assediare le due fortezze con la speranza di poterle prendere per fame. Invece la resistenza dei locali fece prolungare l'assedio fino ai primi di Febbraio nell'anno seguente. L'esercito dell'infante rimase decimato: morirono più di 12 mila uomini sia per le armi che per la malaria. Rischiarono la morte l'infante e sua moglie Teresa, contagiati dalla malaria. Nel 1325 dopo la caduta di Villa di Chiesa, anche Villamassargia passò sotto la dominazione Aragonese. Nel 1355, con la fine dei Donoratico il Re Pietro IV fece fortificare "Gioiosa Guardia", nelle sue pendici si erano formate le abitazioni dei popolani e dei guerrieri. Nel 1431 il castello e Villamassargia vennero venduti per 300 lire al Conte Luigi d'Aragona governatore di Cagliari. Alla morte del Conte, Villamassargia passò alla figlia Filippa alla quale successe Giacomo I che ottenne dal re d'Aragona (1484) la nomina di Villamassargia a baronia sotto il nome di "Baronia di Gioiosa Guardia". Questa baronia comprendeva i territori di: Domusnovas, Siliqua, Decimo, Villaspecciosa, Villaperuccio, Palmas, Perdaxius, Villarios, Sirai e Paringianu. Villamassargia era fortificata dalle mura di cinta con quattro porte orientate sui punti cardinali del paese, al di fuori di esse vi era una croce in pietra. Oggi si conosce il nome di due di queste porte, Porta di Santa Maria (Is Sinnighedas) e porta de Susu (via S.Antioco). A Villamassargia, periodicamente, avvenivano delle incursioni da parte dei mori. Questi sbarcavano nel golfo di Palmas Suergiu, proseguivano nelle campagne e arrivavano nel territorio di Villamassargia in località "Genna de Morus" (ancora oggi questa località porta lo stesso nome), proseguivano per Simiu, Santu Pauli, Arriara (Porta e Susu, via S.Antioco), saccheggiavano la città e portavano via tutto quello che trovavano. I contadini andavano a lavorare armati per paura di essere attaccati dal nemico. Una storia complessa e tormentata quella del Sulcis, sempre legata allo sfruttamento delle miniere fin dai tempi più antichi arrivando a quelli più recenti, culminata nel 1938 con la fondazione di una nuova città, voluta dal regime fascista per lo sfruttamento del carbone Sulcis: Carbonia.

 

fonte: S2k_Villamassargia   

 

 

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I TEMPLARI

 

 

I nuraghi presenti nel nostro territorio

I nuraghi sono grandi torri a base circolare di forma troncoconica, costruite con grandi massi senza alcun materiale saldante. Furono delle abitazioni fortificate e sorsero quando i pastori diventarono anche agricoltori e costruirono i primi villaggi. Nella zona di Villamassargia si trovano i resti di circa 30 nuraghi, situati in altura e collegati tra loro mediante comunicazione visiva disposte in linea retta, in posizione strategica adatta a dominare la vallata circostante. Nella carta topografica sono riportati quelli di Monte Scorra e Nuraghe Meloni. Nel primo si possono immaginare le mura di un complesso nuragico, sono evidenti i resti di mura divisorie e scalini che portano alla parte superiore del nuraghe dove si notano tracce di stanze oltre alla volta a cupola. Altri nuraghi noti sono: Nuraghe Santu Pauli, Nuraghe Mont'Exi,  Nuraghe Mont'Ollastu, Nuraghe Santa Barbara, Nuraghe San Pietro. Inoltre sono stati ritrovati, nelle vicinanze di questi, oggetti di bronzo, armi e statuine votive da offrire alle divinità. I nuragici impararono a fondere il rame con lo stagno ricavando il bronzo. La civiltà nuragica ha lasciato le sue tracce anche in alcune costruzioni enormi chiamate: "Tombe dei Giganti" (Sa tumba de Omini Gentili) sulla strada per Astia. Nella zona di Villamassargia sono state ritrovate 19 necropoli (cimiteri). Esistono resti di alcuni pozzi sacri che testimoniano l'adorazione che il popolo aveva per l'acqua, in uno di questi è stata trovata una statuetta della Dea Madre.

 

fonte: S2k_Villamassargia

 

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Il castello di Gioiosa Guardia

 

Il castello di Gioiosa Guardia è ubicato in cima ad un  rilievo conico, a circa 418 metri sul livello del mare e a 296 rispetto al paese di Villamassargia.
I primi ruderi che si incontrano, sono quelli che costituivano gli ambienti del "corpo di guardia"; lo si deduce dal fatto che solo da quella parte le difficoltà di accesso sono minori.
Alla sua base, osservata da Sud - Ovest, sotto il piano di campagna, si può vedere e rilevare la prima cisterna di raccolta dell'acqua piovana. Le pareti sono intonacate e la volta a botte, mostra la struttura di mattoni rossi; la torre, costruita sopra un roccione, ha il muro sul lato Est completamente smantellato; nella parte interna sono evidenti i segni di due piani in elevazione ed un terreno; al secondo piano è visibile una nicchia con arco gotico, probabile ripostiglio, a uso domestico. Superata la torre si giunge nella zona più distrutta della fortificazione, in cui il tracciato degli ambienti doveva costituire il pianoterra del castello. All'estremo perimetro di Nord-Est, l'imboccatura di una cavità sotterranea rivela la presenza di un vasto ambiente diviso nel senso trasversale da un muro di circa sessanta centimetri di spessore. Le sue pareti e la volta a botte, sono costruite in blocchi squadrati come quelli agli spigoli della torre, ed appartenenti ad un tipo di lavorazione totalmente diversa dal resto del complesso. La presenza di tubi di ceramica rossa, verniciata, indica la precisa funzione dei due ambienti: cisterne per la conservazione e raccolta dell'acqua. Dalla storia del giudicato cagliaritano (a partire dalla discendenza femminile del giudice Costantino) si è potuto stabilire l'anno di costruzione del castello che ricade nel periodo che va dal 1130- 1162. Altri ritengono che il castello di Gioiosaguardia, al confine con la Curatoria del Cixerri, potrebbe essere stato costruito nel periodo in cui " regnava " Guglielmo di Massa (1190-1214). Villa di Chiesa accentrava il minerale di piombo e d'argento estratto dalle miniere attorno, e cominciava ad assumere la fisionomia di città di cinta di mura e torri ed all'interno si andava erigendo la chiesa di Santa Chiara per iniziativa del conte Ugolino della Gherardesca, Signore della sesta "Parte" del cagliaritano.
Per concludere bisogna ricordare che nei quaranta anni compresi fra il 1391 ed il 1492 il castello di Gioiosaguardia, per fatti oggi sconosciuti, sia stato abbandonato e sia caduto in disuso, e quindi nel corso dei secoli successivi, divenuto meta di " ricercatori di tesori", sia stato spogliato di tutto ciò che era asportabile ed utilizzabile altrove.

 

fonte: archilink.it, sito istituzionale Comune di Villamassargia

 

 

 

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Castello di Gioiosa Guardia (Villamassargia)

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Il castello di Gioiosa Guardia – la storia

 

Attualmente non si dispone di fonti certe sull'epoca della fondazione del castello di Gioiosa Guardia. Il Fois, nel suo studio sui castelli della Sardegna medievale, avanza a riguardo due ipotesi contrastanti e non sostenute da alcu­na fonte. Secondo la prima il castello sarebbe stato edificato net momento in cui Guglielmo di Massa (1190-1214) si affermo quale iudex filopisano a Càlari, dopo aver sconfitto il filogenovese Pietro di Torres, the ambiva anch'egli a governare sul Regno di Calari13". In base alla seconda ipotesi il castello sareb­be stato costruito negli ultimi anni del Duecento, quando il Regno di Càlari fu smembrato in tre parti, la più occidentale delle quali, dove sorge appunto Gio­iosa Guardia, fu assegnata alla famiglia dei "della Gherardesca", conti di Donoratico

Se la prima teoria sembra la meno attendibile, la seconda, invece, presenta maggiore interesse. Infatti, non abbiamo documenti anteriori al XIII secolo the facciano menzione del castello, ma, a nostro parere, esso potrebbe essere da­tato al periodo della dominazione signorile pisana nell'isola.

L'ubicazione di un castello ci consente di risalire alla sua storia e alle motivazioni the hanno condotto alla sua edificazione. Il fatto the il castello di Gioiosa Guardia sia situato all'interno del territorio di Càlari fa presumere che esso non sia stato costruito in epoca giudicale, quando la sua edificazione me­glio si sarebbe spiegata lungo la zona di confine del Regno, spesso in contrasto con gli altri regni coevi. Esso, infatti, sorge al confine tra le due curatorie del Sigerro e di Sulcis; tale confine fu stabilito in seguito alla spartizione del territo­rio tra i membri della famiglia pisana dei della Gherardesca.

La data di edificazione del castello, dunque, potrebbe risalire al periodo successivo agli avvenimenti del 1258, quando si procedette allo smembramento del Regno di Càlari.

In tale spartizione la Repubblica di Pisa tenne per se Castel di Castro e le saline, mentre la parte restante venne divisa fra Giovanni Visconti, sovrano del Regno di Gallura, che ottenne la parte orientale, Guglielmo di Capraia, re d'Arborea, a cui fu assegnata la zona centrale, mentre quella occidentale, for­mata dalle ex curatorie di Cixerri, Sulcis, Nora e Decimo, andò a Gherardo e al nipote Ugolino della Gherardesca, conti di Donoratico, i quali furono così <<iudices tertie partis Regni Kallaritani»

Nel 1268, in seguito alla morte del conte Gherardo, strenuo difensore del partito ghibellino, the si era schierato con Corradino di Svevia in difesa dell'Impero contro Carlo d'Angio, i suoi possedimenti sardi furono divisi tra i due figli: Bonifazio e Ranieri, che preferirono separarsi da Ugolino, non con­dividendone la politica filoguelfa.

Tale divisione e attribuita da molti studiosi al 1282, ma oggi si e più pro­pensi ad anticipare la data al 1272, sulla base del fatto the già in questo anno Ugolino era denominato 'Signore della Sesta Parte del Regno di Càlari, costi­tuita dalla curatoria del Sigerro, mentre gli eredi di Gherardo, insieme alla curatoria di Decimo. Nora, Sulcis e alla villa di Gonnesa, possedevano anche Villamassargia. Il 1272 può essere, quindi, considerato il terminus post quern per la costruzione del castello, quando Bonifazio, primo signore della Sesta Parte gherardiana, lo avrebbe edificato per difendere i suoi domini su una linea di confine con i possedimenti dell'altro ramo della famiglia.

Il conte Ugolino, accusato di tradimento dall'arcivescovo Ruggeri degli Ubaldini, fu imprigionato nella torre dei Gualandi, dove morì nel 1289 insie­me ai figli Gaddo e Uguccione e ai suoi nipoti. La sua Sesta Parte passo agli altri due figli: Guelfo e Lotto. Quest'ultimo fu fatto prigioniero a Genova durante la battaglia delta Meloria, mentre Guelfo, che risiedeva in quel tempo nell'isola, a Castel di Castro, venuto a conoscenza dei fatti the avevano cau­sato la morte del padre, si rifugiò ad Acquafredda e occupò il vicino castello di Gioiosa Guardia, allora di proprietà di Ranieri e Bonifazio. Frattanto Lotto, dopo essere stato liberato, si unì al fratello e al Comune ligure contro le truppe della città di Pisa, che intanto, nel 1295, capeggiate da Ranieri della Gherardesca, si erano alleate anche con Mariano II d'Arborea. Durante questa lotta Villa di Chiesa fu cinta d'assedio dai Pisani e pare che entrambi i castelli di Acquafredda e di Gioiosa Guardia siano stati fortificati per resistere agli eventuali attacchi. Guelfo e Lotto dovettero fuggire, ma ben presto il primo, ferito mortalmente, cadde nelle mani degli avversari e fu liberato solo dopo la consegna ai Pisani di Gioiosa Guardia e di Acquafredda. Morì poco dopo all'ospedale arborense di San Leonardo di Sette Fontane. La morte di Lotto, invece, e attestata da un documento del 20 giugno 1296, nel quale si legge <<olim egregii et magnifici viri domini Guelfus e Lottus comites de Donoratico».

Nel 1301-1302 Pisa incamerò tutti i possedimenti sardi dei discendenti di Ugolino, ossia l'ex curatoria del Cixerri con Villa di Chiesa e Domusnovas; ottenne, inoltre, in eredità i beni di Mariano II d'Arborea, mentre Bonifazio e Ranieri di Donoratico rientrarono in possesso dei propri territori, compreso il castello di Gioiosa Guardia.

Nel 1297 papa Bonifacio VIII infeudò l'isola a favore di Giacomo II d'Aragona, dopo aver creato il Regno di Sardegna e Corsica. Nel 1323 l’in­fante Alfonso, giunto in Sardegna per prenderne possesso, pose l'assedio a Villa di Chiesa, che tentò invano di opporre una strenua resistenza. Insieme con essa resistevano anche i castelli di Acquafredda e di Gioiosa Guardia, ancora in mano ai gherardiani. Gioiosa Guardia doveva essere ben fortificato, se l'infante affermò che era un <<castrum satis competentis fortitudinis». Nel novembre del 1323 Pisa incaricò gli amministratori di Castel di Castro di ven­dere <<factori sive procuratori Sexte Partis Rengni Kallaretani dominorum>>, duecento starelli di grano per l'approvvigionamento del castello. Nel perio­do immediatamente successivo alla spedizione, l'infante si adoperò per la riorganizzazione dei nuovi territori conquistati: l'assetto politico e ammini­strativo di Villa di Chiesa fu affidato a funzionari reali, mentre nei castelli di Acquafredda e di Gioiosa Guardia, dati in custodia a due castellani, furono poste guarnigioni catalane.

Il castello di Gioiosa Guardia è ricordato negli accordi di pace del 1324 tra il Comune pisano e la Corona d'Aragona, in base ai quali la fortezza fu con­cessa in feudo a Ranieri e a Bonifazio della Gherardesca. Con esso furono cedute anche Villamassargia, Gonnesa e i territori di Sulcis, Decimo e Nora. Inoltre, i villaggi di Astia, Jossu e Nulacatu furono affidati al medesimo castellano di Gioiosa Guardia, dai quali traeva i proventi per il sostentamento del castello stesso. Per la concessione di tali feudi, i della Gherardesca do­vevano corrispondere alla Corona la somma di mille fiorini, da pagare ogni anno nel giorno di Natale.

Il castello è ricordato anche negli accordi di pace del 1326, firmati dopo che il Comune pisano cercò di contendere, ancora una volta, agli Aragonesi il dominio sull'isola. Giacomo II d'Aragona non confermò a Bonifazio e ai figli del defunto Ranieri (Tommaso, Gherardo e Bernabo) il possesso di Villamassargia, Gonnesa e Domusnovas e del castello di Gioiosa Guardia. Ragioni politiche e strategiche concorsero a determinare tale decisione. Anzi­tutto Gioiosa Guardia, considerata una delle fortezze più importanti della val­le del Cixerri, sorgeva vicino alla strada che collegava Villa di Chiesa con Castel di Castro; in secondo luogo, in tutte le terre confiscate erano attivi i forni di fusione dell'argento utilizzato per coniare monete.

Sulla base dei documenti conservati presso l'Archivio della Corona d'Aragona, risulta the nel castello era frequente l'avvicendarsi degli addetti alla custodia e alla sua amministrazione; e, inoltre, attestato anche il paga­mento dei salari alle truppe, ai serventi e ai castellani.

Fino a circa la meta del Trecento, la castellania di Gioiosa Guardia aveva assunto carattere beneficiario; il castellano, che veniva scelto solo tra i ceti elevati iberici, otteneva la carica in cambio di servizi alla Corona, come ricor­da un documento datato al 1345, nel quale si legge che il sovrano ordinò al governatore di Calàri di concedere a Berenguer de Senterio la prima castellania libera tra quelle di Acquafredda, Gioiosa Guardia, Quirra, Osilo e Orgoglio­so. Il castello traeva profitti e redditi dalle ville e dai territori circostanti: Giossu, Astia e Nulacatu, i cui abitanti, pur non essendo legati da obblighi feudali, dovevano, tuttavia, provvedere al suo sostentamento con contribuzioni in denaro e in natura.

Nel 1332, il luogotenente regio Sancio Aznarez de Arbre ottenne l'appro­vazione della Corona, affinché la castellania di Gioiosa Guardia, in preceden­za amministrata dal defunto Raimondo Guglielmo d'Entença, e la carica di baiulo di Villamassargia, Domusnovas e Gonnesa fossero affidate a Guglielmo? ça-Cireram, soprannominato il Bastardo. Tale scelta fu essenzialmente detta­ta da una strategia politica, essendo costui un condottiero a capo di un gran numero di uomini in armi. Ciò si sarebbe potuto rivelare, in caso di pericolo, di grande aiuto per la Corona. La castellania di Gioiosa Guardia fu retta poi da Napoleò d'Aragò, che la tenne fino al 20 giugno del 1341, quando Pietro IV donò in feudo il castello, secondo la consuetudine spagnola, ad Arnaldo de Ripoll.

Net 1351 sono attestate la richiesta, da parte del re, di restauri e riparazio­ni, sia nel castello di Gioiosa Guardia che in quello di Acquafredda.

Net 1355 la sorte del castello fu nelle mani di Mateu de Montpalau, che, investito della carica di alcade, ottenne in feudo le ville di Nolocato, Jussu, Villanova, Plano, Conta ed Estia e la custodia del castello; inoltre, nel mese di giugno del medesimo anno, il sovrano, per impedire che i ribelli, che avevano messo a ferro e a fuoco Villa di Chiesa, si rifugiassero nel vicino castello, ingiunse al Montpalau di concedere l'ingresso soltanto alle genti che abitava­no nel circondario. Nel 1357, essendo venuto a mancare il Montpalau, il feudo del castello di Gioiosa Guardia venne assegnato a Pietro Darbe; l'anno successivo il castello era difeso da 10 uomini in armi.

L’ 8 febbraio del 1361 Ramon Marquet ebbe in feudo il castello insieme alle ville di Nolocato, Estia, Plano, Conta, Villanova e Villa Jussu, che tenne per un periodo di tempo brevissimo, fino al 28 giugno dello stesso anno. Infatti, il re, non contento del suo operato, affidò all'allora governatore del Capo di Calàri e Gallura, Ximenez Perez de Calatayud, la custodia del feudo fino al 10 settembre dello stesso anno, quando fu concesso at donnicello Antonio de Puxalt.

Tuttavia, quando la situazione politica e militare della Sardegna si andò modificando e nel 1365 si presentò lo spettro di una nuova guerra tra l'Arborea di Mariano II e la Corona d'Aragona, il castello di Gioiosa Guardia perse la natura beneficiaria e riassunse la sua originaria funzione militare. Gioiosa Guardia e Acquafredda erano, infatti, due valide postazioni a controllo dell’intera vallata del Cixerri. Questo cambiamento di funzione è attestato da una serie di documenti, dai quali risulta che il castello fu continuamente approvvi­gionato e rifornito di materiale bellico. Ancora nei documenti e ricordato il nome di un balestriere di Calàri, Berenguer Almuzara, che, nell'agosto dello stesso anno, si recò nei due castelli per riparare le balestre e impennare i quadrelli.

Al 1358 e attribuibile la realizzazione di un disegno che rappresenta il complesso fortificato di Gioiosa Guardia con tre torri, mura merlate e porta provvista di saracinesca. Tale disegno sembra riportare una tipologia standard di castello, privo di elementi prospettici, e non rispecchia la realtà del manu­fatto.

La situazione politica e militare si fece sempre più grave, finché gli Aragonesi persero Villa di Chiesa che passò agli Arborea; resistettero invece i castelli di Acquafredda e di Gioiosa Guardia, i cui libri contabili degli amministratori sardi riportano il pagamento dei salari dei serventi e le spese per i rifornimenti.

Net 1370 il re d'Aragona ingiunse all'allora amministratore del Capo di Calàri di provvedere all'acquisto di vettovagliamenti e al pagamento dello stipendio del castellano, Antonio de Puxalt, il quale venne, però, rimosso dal suo incarico dopo alcuni mesi. La castellania fu concessa a Pietro Martini de Saraça, che mantenne il suo ufficio fino al 1382.

Un'opera di restauro e documentata nell'anno 1387 e compare ancora in documenti del 1391-1392. Una lettera del governatore e dei consiglieri del castello di Calàri, datata al 1391, comunicava al re d'Aragona the il re d'Arborea, Brancaleone Doria, in occasione dell'assedio di Villa di Chiesa, aveva fatto prigionieri trentadue uomini a cavallo inviati per portare vettovagliamenti e difendere il castello di Gioiosa Guardia e quello di Acquafredda. Da una lettera del 1392 di Brancaleone Doria al governatore di Cagliari, Giovanni di Montbui, si evince che il re di Arborea aveva occupa­to il castello di Gioiosa Guardia e minacciava di tenerlo finche non gli fosse stato restituito il castello di Longosardo.

Nel 1415, quando il sovrano d'Aragona, Ferdinando I, provvide alla fortificazione della città di Calàri e alla riorganizzazione della parte interna dell'isola, è documentata la nomina di Gantine de Sena a castellano di Gioiosa Guardia.

Nel 1420 tutto il territorio di Villamassargia venne donato in feudo more Italiae a Luigi de Aragall e il 24 giugno del 1432 il castello fu concesso in feudo a Ludovico Aragall, dietro il pagamento di 300 lire alfonsine. Il 27 dello stesso mese, Ludovico de Aragall ottenne dal procuratore generale del Regno di Sardegna anche la giurisdizione civile e penale nel feudo di Gioiosa Guardia. In seguito alla sua morte il re Ferdinando I concedeva, nel 1484, a Giacomo d'Aragall il titolo di barone di Gioiosa Guardia attestato ancora per 1' anno 1492.

Gli interessi e i feudi della famiglia Aragall si unirono a quelli dei Bellit in seguito al matrimonio di Salvatore Bellit con Antonia Giovanna, primogenita di Giacomo d'Aragall, da cui nacque Ludovico. Poiché il cugino Ludovico Bellit era ancora infante, il fisco decise di mantenere il controllo sulla baronia. A questa decisione si oppose Salvatore Bellit, padre del piccolo Ludovico, sostenendo che la moglie, in quanto figlia diretta di Giacomo d'Aragall, pote­va vantare diritti sulla baronia, ma incontrò l'opposizione degli altri due figli dell'Aragall, Pietro e Michele. La controversia fu alla fine risolta a favore di Salvatore Bellit, dietro il versamento di 1000 ducati d'oro alle casse del re Ferdinando I. In tal modo, nel 1510, Ludovico Bellit ottenne il pieno possesso del feudo di Gioiosa Guardia, di Villamassargia, insieme alle ville di Domusnovas, Siliqua con il castello di Acquafredda, Decimo, Villaspeciosa e le terre spopolate di Sols e Sabatzus. Nel 1519 ottenne dal re Carlo V la giuri­sdizione sulla baronia.

Dalle fonti sappiamo che già in questa prima meta del Cinquecento il ca­stello è ormai distrutto.

In seguito al matrimonio di Elena Bellit, figlia di Ludovico Bellit, con Agostino Gualbes, da cui nacque Ludovico, i feudi dei Bellit passarono tra i possedimenti dei Gualbes, e nel 1606, dopo alterne vicende, fu concessa a Ludovico l'investitura del castello e della baronia di Gioiosa Guardia. Nel 1613 la baronia passò al nobile Antonio Brondo in seguito al matrimonio con Elena Gualbes.

Le notizie relative al Settecento sono scarsissime e si presentano intricate e confuse. Intorno alla prima metà del secolo, Villamassargia e il castello pas­sarono tra i possedimenti della famiglia Bou Crespi.

Il monumento e oggi di proprietà del demanio comunale ed e entrato a far parte del patrimonio culturale della Sardegna.

 

 

Fonte: Arxius de Tradiciones Roccas 3-Anna Paola Deiana – Il castello di Gioiosa Guardia - 2003

 

 

 

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